Ti è mai capitato di avere quell’amico che salta da una relazione all’altra come se stesse facendo zapping tra i canali TV? Appena finisce una storia, eccolo già impegnato con qualcun altro, senza neanche prendersi il tempo di metabolizzare cosa sia andato storto. Beh, potrebbe non essere solo una questione di sfortuna in amore. Gli psicologi hanno un nome per questo schema comportamentale: shopping compulsivo relazionale, e no, non ha nulla a che vedere con il tuo armadio stracolmo di scarpe.
Quando i partner diventano oggetti da collezione
Proprio come chi non riesce a resistere all’acquisto di un nuovo paio di sneakers anche se ne ha già cinquanta, alcune persone trattano le relazioni sentimentali come una raccolta da ampliare costantemente. La differenza sostanziale? Stiamo parlando di esseri umani, non di oggetti. Questo comportamento compulsivo si manifesta attraverso un bisogno incessante di novità emotiva, dove ogni nuovo partner rappresenta quella scarica di adrenalina che fa sentire vivi, desiderati, completi.
La psicologa Helen Fisher, nota per i suoi studi sulle basi neurologiche dell’amore, ha dimostrato come l’innamoramento attivi le stesse aree cerebrali coinvolte nelle dipendenze. Quando siamo nelle prime fasi di una relazione, il cervello rilascia dopamina in quantità massicce, creando una vera e propria dipendenza dall’euforia iniziale. Per chi soffre di questo pattern comportamentale, il problema nasce quando quella fase termina e la relazione richiede impegno, vulnerabilità e intimità autentica.
Il ciclo vizioso di idealizzazione e delusione
Chi colleziona partner tende a seguire uno schema prevedibile e logorante. All’inizio c’è l’idealizzazione totale: la nuova persona è perfetta, la storia è destinata a durare per sempre, tutti i problemi passati appartengono appunto al passato. Poi, inevitabilmente, arriva il momento in cui il partner rivela la propria umanità, con difetti, bisogni e complessità. Ed è qui che scatta l’interruttore.
La delusione arriva rapida e implacabile. Quello che prima sembrava affascinante diventa irritante. Le piccole imperfezioni si trasformano in difetti insopportabili. E invece di affrontare la fase naturale di costruzione di un legame profondo, chi soffre di questo disturbo preferisce ripartire da capo, cercando quel nuovo brivido dell’inizio con qualcun altro.
Cosa si nasconde dietro la compulsione
Secondo gli studi condotti dal terapeuta Robert Weiss, esperto in dipendenze comportamentali, questo schema nasconde spesso una paura profonda dell’intimità autentica. Restare fermi abbastanza a lungo da permettere a qualcuno di conoscerci davvero significa esporsi, mostrarsi vulnerabili, rischiare il rifiuto. Molto più semplice continuare a collezionare storie superficiali dove si può mantenere una facciata perfetta senza mai davvero aprirsi.
Un altro meccanismo psicologico coinvolto riguarda il vuoto interiore. Come chi compra compulsivamente oggetti per colmare un senso di inadeguatezza, chi accumula partner cerca all’esterno quella validazione e quel senso di completezza che dovrebbero invece provenire dall’interno. Ogni nuova conquista diventa una conferma temporanea del proprio valore, una boccata d’aria che però dura sempre meno.
Le conseguenze emotive del collezionismo sentimentale
Vivere in questo loop perpetuo non è privo di conseguenze. Chi si comporta così raramente sviluppa la capacità di costruire legami duraturi, quella competenza emotiva che si acquisisce solo restando, affrontando i conflitti, crescendo insieme a qualcuno. Le relazioni restano inevitabilmente superficiali, basate sull’eccitazione e sulla proiezione piuttosto che sulla conoscenza reale dell’altro.
C’è poi il peso della ripetizione: gli stessi errori, le stesse dinamiche, le stesse delusioni che si ripresentano come un déjà vu infinito. Senza mai fermarsi a riflettere su cosa non funziona, il pattern si autoalimenta. La psicoterapeuta Esther Perel sottolinea come molte persone portino con sé schemi relazionali irrisolti da una storia all’altra, sperando inconsciamente che il semplice cambio di partner risolva magicamente problematiche che invece risiedono dentro di loro.
Riconoscere il problema è il primo passo
Se ti riconosci in questo comportamento, o riconosci qualcuno vicino a te, il punto di partenza è proprio la consapevolezza. Chiedersi perché si ha bisogno di quella costante novità, cosa si sta evitando restando in superficie, quale vuoto si sta cercando di riempire con la continua ricerca di validazione esterna.
La terapia cognitivo-comportamentale ha dimostrato ottimi risultati nel trattare pattern compulsivi di questo tipo, aiutando le persone a sviluppare una maggiore tolleranza alla vulnerabilità e all’intimità autentica. Imparare a stare soli con se stessi, a costruire un senso di valore che non dipenda dallo sguardo dell’altro, a tollerare l’imperfezione propria e altrui sono passi fondamentali verso relazioni più sane e appaganti.
Rompere questo ciclo richiede coraggio e onestà, ma permette di passare dalla quantità alla qualità, dalla collezione alla connessione vera. Perché alla fine, l’amore autentico non si trova accumulando persone, ma permettendo a qualcuno di vederci davvero.
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